JACQUES BREL E GEORGES BRASSENS

Jacques Brel e Georges Brassens non sono soltanto due autori di canzoni. Sarebbe come definire Galileo e Einstein “due fisici”. Quei due artisti sono stati entrambi così ricchi, così significativi e geniali, da far parte a pieno titolo del mondo della cultura. Hanno soprattutto realizzato un’anomalia, un miracolo: quello della poesia largamente condivisa, fino a lasciare un’impronta viva e indimenticabile nella società. Le loro opere hanno ispirato molti libri e tesi di laurea.
Citarli insieme è un errore. Li lega il sesso maschile, la lingua usata e la morte precoce, specie per Brel che non arrivò a cinquant’anni. Nient’altro. Uno è belga, l’altro francese.
I temi che sembrano avere in comune (prevalentemente l’insofferenza per il conformismo, il disprezzo per la società borghese, l’avversione per il potere) sono in realtà generazionali, oltre a far parte di un armamentario connaturato a tutti gli artisti che non siano artisti di corte. Sono abiti collettivi. Uno, Brel, li indossa distrattamente; per l’altro, Brassens, sono troppo stretti.
Per il poeta belga l’aspetto personale ed esistenziale prevale di gran lunga su quello sociale. È vero che Brel con Les bourgeois ha composto una delle sue opere più riuscite, ma non è “la borghesia” che gli interessa, quanto piuttosto il suo lato filisteo nel racconto dell’evoluzione/involuzione, a seconda dei punti di vista, dei tre amici protagonisti della canzone, da ribelli irridenti e scanzonati a sussiegosi notai. Lui stesso apparteneva ad una famiglia borghese, che abitava una “grande maison”. Gli zii che ricorda (Mon enfance), sono “repus”, satolli, appagati del solo benessere materiale e incapaci di comprendere i sogni di un bambino: “mes oncles repus m’avaient volé le Far West” (i miei zii satolli mi avevano rubato il Far West). Non c’è alcuna valutazione di carattere politico in queste parole, ma la presenza di un ipersensibile che di mestiere fa il poeta.
Solo apparentemente diverso è il caso di Brassens. L’artista francese è attento al perdente, all’emarginato, al reietto, ma non c’è in lui alcun intento rivoluzionario né idealmente palingenetico. Dirà esplicitamente che “morire per delle idee” (Mourir pour des idées) non fa per lui. È troppo anarchico per accontentarsi di una generica avversione al potere; dell’adesione agli schemi dei poeti maledetti che lui stesso ama; dell’acquisizione di formule e invettive che stanno bene sulla bocca di tutti. Il disprezzo ostentato per i gendarmi e gli slogan (“mort aux vaches”) rimangono moduli non appartenenti alla sua cifra più autentica, che è quella della più totale libertà. Lui stesso è un uomo fuori dagli schemi: visse per una dozzina d’anni in condizioni estreme, senza elettricità, senza acqua calda, senza servizi igienici, e si mostrò fino alla fine indifferente alle lusinghe del denaro e persino della considerazione degli altri. È un poeta randagio che deve poter scandalizzare, con la violenza del gorilla (Le gorille); toccare, con la mitezza di cenere dell’immortale Martin (Pauvre Martin), il vinto dei vinti, ignaro della sua stessa vita; emozionare, con la nostalgia del ricordo che riscalda il cuore, nella Chanson pour l’Auvergnat. (Chanson pour l’Auvergnat).
In generale, quindi, il tema sociale costituisce per entrambi gli autori una costruzione esterna che mal si concilia con la parte più intima e autenticamente poetica del loro sentire.
Per Brel è protagonista l’io, per Brassens l’umanità.
 

Brel è la passione viva, l’uomo senza armi di fronte alla vita. È il poeta della nudità e dell’eccesso. Osa dire quello che gli altri tacciono. Ci vuole partecipi e ci rende complici. È il gladiatore dell’anima che conduce ad ogni esibizione un gioco mortale. Le sue “guerre”, come lui stesso le ha definite nella canzone dedicata all’amico Jojo (Jojo), comportano una fisicità destinata di solito alla vita privata: sudore, lacrime, tremiti, agitazione, grido, simulazione dell’orgasmo negli applausi deliranti che suscitava, nella frenesia della condivisione che sollecitava. Chi accetta il suo gioco ne esce maltrattato. Brel ha bisogno di questa empatia bruciante, di questo coinvolgimento indecoroso e doloroso, fino ad un’autoesaltazione che gli si perdona perché si è temuto per lui. Il poeta, l’interprete e l’uomo coincidono.
Non è mai leggero. I temi che gli sono più congeniali, (l’amicizia, l’amore, il dolore, la morte, i vecchi) sono sempre segnati da un sentimento di sconfitta che diventa di volta in volta amarezza, rimpianto, commozione, implorazione, nostalgia, ribellione aperta, mai ironia lieve, tanto meno sorriso. Piuttosto, una sorta di sarcasmo acre e devastante ispira certe sue composizioni al di fuori dei temi citati, rendendole urticanti e persino inadatte ad essere definite canzoni (Ces gens-là, Les bonbons, ecc.).
Brel è un poeta visionario, quindi ricchissimo di immagini e di inventiva. Il rischio che corre è quello della sovrabbondanza e persino del cedimento sul piano della coerenza. E infatti le sue composizioni presentano qualche sfocatura. Prendiamo per esempio una delle sue canzoni più intense e drammatiche: Le dernier repas. Perché mai un re seduto sul trono dovrebbe aspettare “le sue vestali”? perché l’uomo che sta per morire dovrebbe voler vedere “qualche cinese in guisa di cugino”? Ma poi, quando l’uomo dice “nella mia pipa brucerò i miei ricordi d’infanzia, i miei sogni incompiuti, i miei resti di speranza”, ci tocca con la semplicità della grande poesia, e le parole dei versi che conducono alla fine della canzone (“poi guarderò il sommo della mia collina, che danza, che si indovina, che finisce per sprofondare”) ci fanno condividere, nell’incertezza della luce rimasta, la nostalgia straziante della vita che sta per spegnersi. Non siamo lontani dalla sommità: “E la lucciola errava appo le siepi”, dice Leopardi, e ugualmente ci fa piangere.
E, nella famosissima Amsterdam, perché i marinai dovrebbero girare nella loro rude danza “come soli sputati”? Ma si è disposti a perdonare a Brel i soli sputati e qualche altro verso non felice, per poi ricordare per sempre gli incontenibili e incontinenti marinai di Amsterdam e i loro denti capaci di masticare la fortuna, di staccare a morsi la luna dal suo asse, di divorare i cordami. Non si erano mai viste in una canzone parole del genere, così come Ne me quitte pas e Le plat pays possono competere, vincendo, con qualsiasi poesia d’amore.
Tanto per sfiorare un altro tema, “Est-ce d’avoir trop ri que leur voix se lézarde quand ils parlent d’hier” (è per avere troppo riso che la loro voce si spezza, “si crepa”, quando parlano di ieri) è un verso sublime, con un verbo sublime a comparare le crepe che si aprono nei muri con la voce che si spezza nella nostalgia del passato. Brel lo ha inventato per parlare dei vecchi, in una poesia/canzone che è difficile ascoltare fino alla fine, per eccesso di commozione. È quello che Brel voleva. È l’effetto che produce la condizione umana mostrata e condivisa.
Gli amici sono parte di lui, non come idea astratta, ma con i loro nomi, Jef, Pierre, Jojo, Fernand. Con le loro debolezze, con la morte, che se li porta via. “Lui nella sua ultima birra-bara(1)/io nella mia nebbia/lui nel suo carro funebre/io nel mio deserto”, così dice il giorno dei funerali di Fernand (Fernand). E ancora “Muoio dalla voglia/di svegliare delle persone/ti inventerò una famiglia/proprio per il tuo seppellimento/e poi se io fossi il Buon Dio/credo che non sarei contento di me/lo so si fa ciò che si può fare/ma c’è modo e modo./ Sai, ritornerò/ritornerò spesso/ in questo puttana di campo/in cui devi riposarti/l’estate ti farò ombra/berremo silenzio/alla salute di Costanza/che irride la tua ombra”.
“Adesso piangerò”, dice, semplicemente, alla fine. Brel vuole sempre condividere. Ma ha pianto tutto il tempo. I suoi versi sono un’autentica marcia funebre, e la musica è adeguata.
J’arrive (arrivo), dice in un’altra canzone che ha lo stesso titolo (J’arrive), parlando della sua morte imminente, “ma quanto avrei desiderato ancora una volta trascinare le mie ossa fino al sole, fino all’estate, fino alla primavera, fino a domani”. E ancora “ma perché io, perché ora, perché già e dove andare”. Avrebbe desiderato “ancora una volta riempire di stelle un corpo che trema e cadere morto bruciato d’amore, il cuore in cenere”. Ecce Homo. Vinto ed esposto. La sua corona di spine è quella di tutti. È terribilmente nostro fratello.

(1)Il temine “bière” è identico per “birra” e “bara”. L’autore fa un gioco di parole intraducibile. Scegliendo “ultima birra” si esclude il significato di bara, scegliendo “ultima bara” si dice qualcosa di illogico.

Alcuni titoli: Le plat pays, Ne me quitte pas, La chanson des vieux amants, Le dernier repas, Les bourgeois, Amsterdam. J’arrive, Jef, Jojo, Fernand, Mon enfance, Quand on n’a que l’amour, Grand Jacques, L’ivrogne, Voir un ami pleurer.

Si entra in un mondo dai parametri differenti parlando di Brassens.
Siamo di fronte a un artista schivo, solitario, anarchico per formazione e per scelta di vita, mai in cerca di consenso.
Come di Brel si percepisce innanzi tutto la passione, di Brassens si coglie subito una lingua “diversa” da quella di tutti gli altri: colta, ricca, piena e mordace. Molto difficile. L’ha inventata lui. Il suo francese è rivolto non tanto alla vasta comunicazione quando alla funzione cui esso deve rispondere nel mondo poetico dell’autore. E per questo egli non si cura dei destinatari, prova ne sia che gioca su tutti i registri. Oltre al francese normale, usa quello periferico: i termini colti, gli aggettivi rari, gli avverbi sorprendenti. Dal francese alto scende alla lingua familiare – forse la più usata – e poi, giù giù, fino all’argot, al gergo. Come non bastasse, del gergo è capace di impiegare non soltanto quello corrente, ma anche quello in voga anni prima. Infine, a coronare questo edificio linguistico, in linea con la sua adesione al Medio Evo, si serve di parole ormai andate fuori dall’uso, che soltanto i francesi colti capiscono, per aver letto Montaigne o Rabelais. Tutto ciò significa che la comprensione della lingua di Brassens implica una completa immersione nel mondo francese a tutti i livelli di cultura e di epoca. Una condizione non del tutto frequente. Lo straniero colto, che conosce mediamente la lingua, può aspirare ad una comprensione di non più dell’ottanta per cento dell’opera di Brassens. Difficilmente ne percepirà la complessità e insieme il fascino sui generis, come se le sue composizioni fossero state riscaldate dal fiato del tempo e insieme fossero sorprendentemente nuove. Come se avessero attraversato le biblioteche e i mercati, riportandone il sapore della vita e il profumo della favola atemporale.
L’uomo Brassens non entra in sintonia con il pubblico. Arriva, si accompagna con la chitarra e se ne va dopo un breve inchino. Ci lascia con i suoi personaggi, con i suoi bozzetti squisiti, con i suoi colti e avveduti understatement, con le sue vertiginose invenzioni e allusioni, con l’ironia a volte dolce a volte amara, con il pianto e il rimpianto sempre contenuti, ma non per questo meno toccanti. È graffiante, irriverente fino allo sberleffo, non risparmia invettive, insulti, epiteti politicamente scorretti, bestemmie attenuate e turpiloquio. A volte esagera e il buon gusto ne risente. Ma in genere seduce chi lo ascolta, via via che si entra nel suo mondo e nelle sue parole. Dà sempre l’impressione di un livello in più da conquistare. Brel è “étalé” (esibito), Brassens è “à découvrir”(da scoprire). Brel è squarciato e ci fa piangere sulle sue inequivocabili ferite, che sono anche le nostre. Brassens allunga verso di noi i tentacoli della sua intelligenza e del suo disincanto. Lui la condizione umana non la rappresenta. La dà per scontata e la supera nelle sue nostalgiche o dolenti ironie, (Les copains d’abord, Supplique pour être enterré sur la plage di Sète) nei suoi indimenticabili paradigmi (Pauvre Martin) nei suoi giochi, a volte veri e propri nonsense, (La cane de Jeanne).
Non ci sono sfocature in Brassens. Le parole sono sempre funzionali, secondo le intenzioni dell’autore, pur nella loro difficoltà. La sua è una poesia autenticamente intellettuale, e l’accento ribelle è imbrigliato da una metrica e un classicismo scrupolosi. La sua versificazione perfetta è frutto di uno studio di anni e di una accurata opera di limatura. Tuttavia egli non appare mai né un letterato né un vuoto funambolo, ma un vero poeta che delle parole si serve per esprimere l’emozione che il racconto della vita comporta.
La poesia di Brassens non è esente da difetti. Una certa disuguaglianza di livello, in primo luogo. Accanto ad autentici capolavori, come Pauvre Martin, Chanson pour l’Auvergnat, Supplique pour être enterré sur la plage di Sète, L’orage, Putain de toi, Le parapluie, Une jolie fleur, vivono canzoni più di maniera. E poi, il modulo medievale scelto per la rappresentazione della donna non ammette deroghe, e questa coerenza diventa nello stesso tempo un’ingessatura. La donna è vista come fanciulla leggiadra, come appetibile contadinotta, come immagine astratta nella sua grazia, come generico oggetto di desiderio, come esplicita compagna di sesso egoista, dominatrice, perfino crudele (“sputava sulle mie violette e faceva cattiverie ai miei gatti”), mai come essere umano dotato di anima e volontà proprie. L’intero universo femminile si riduce a un’unica dimensione: quella di “pretesto” per il poeta che se ne serve nei suoi mille giochi e fuochi d’artificio e a volte non nasconde il suo ironico commento: “Per l’amore non è necessario chiedere alle ragazze di avere inventato la polvere da sparo”. Certo, si tratta dello schema a cui l’autore è fedele fino in fondo ma, ugualmente, in un poeta della ricchezza di Brassens (per giunta insofferente degli schemi), la mancanza di una sola canzone o poesia d’amore si avverte.

Alcuni titoli: Pauvre Martin, Chanson pour l’Auvergnat, Supplique pour être enterré sur la plage di Sète, Les copains d’abord, L’orage, Putain de toi, Le parapluie, Une jolie fleur, Mourir pour des idées, Je me suis fait tout petit, Dans l’eau de la claire fontaine, La mauvaise réputation, Philistins, Le temps ne fait rien à l’affaire, Jeanne, La chasse aux papillons, Les sabots d’Hélène, J’ai rendez-vous avec vous.
 
Qualcuno, dopo aver ascoltato Le plat pays, mi ha detto: “Il testo è molto bello, la musica è piatta come il Paese rappresentato”.
Nessuna meraviglia. I testi hanno un valore molto elevato in entrambi gli artisti ed era difficile trovare linee melodiche che fossero all’altezza. Non è che la musica non ci sia, soprattutto in Brel che si avvale anche dell’orchestra: manca l’emozione musicale, non c’è il motivo che rimane in mente come di solito avviene per le canzoni che tutti conoscono, non c’è l’attacco che determina la commozione e la voglia di cantare. Nessuno “canticchia” le canzoni di Jacques Brel, nessuno si serve del tema per fare delle variazioni, perché il contenuto emozionale di quelle canzoni sta altrove, è in quello che comunicano le parole.
Ancora più netto è il contrasto che si rileva in Brassens. Privata delle parole, la musica di questo autore appare monotona: marcette, ballate, accordi, in linea con la funzione di puro accompagnamento che le attribuivano i trovatori e i menestrelli. In genere, essendo elementari, i motivi sono facilmente individuabili e servono ad identificare le canzoni cui si riferiscono, per richiamarne alla mente le parole e cercare di cantarle insieme all’autore. Ma, se ascoltata da lontano, la musica di Brassens può risultare persino irritante. E può avvenire anche che alcune canzoni, come ad esempio Les amoureux des bancs publics, dal testo dolceamaro e certo non insignificante, o la divertente Auprès de mon arbre, finiscano col diventare sgradite perché la musica è risolutamente brutta.
Non vedo però perché si debba cercare in questi artisti quello che non hanno voluto darci. Le loro composizioni sono “giuste” così. La musica la possiamo trovare nella vastissima produzione sinfonica e cameristica dei secoli scorsi e nelle bellissime canzoni di “musica leggera”, da quelle napoletane dell’ ‘800 agli standard americani, a Gershwin. Oltre che nelle raffinate invenzioni dei miti del jazz.
Brel e Brassans sono molto più che autori di canzoni: ci danno le emozioni della mente e del cuore, come tutti i poeti.
Alida Pardo, alida.pardo@libero.it

JACQUES BREL E GEORGES BRASSENSultima modifica: 2019-03-11T11:05:11+01:00da gianni.pardo
Reposta per primo quest’articolo

5 pensieri su “JACQUES BREL E GEORGES BRASSENS

  1. Premesso che non mi permetto di giudicare i gusti del prossimo, ricordo benissimo Léo Ferré e – mi perdoni – non lo metto affatto sul piano di Brassens, e neanche di Brel. A cominciare dal fatto che la sua produzione è infinitamente inferiore come quantità, e rari sono stati i suoi successi. Io ricordo qualcosa sul “temps qui s’en va” ma non molto di più. Era chiaramente un intellettuale, chiaramente appassionato di musica e di vita, ma dotato di meno talento. In questo mi ricorda Liszt o Bruckner, in rapporto a Chopin o Brahms. I primi sono commoventi, nel loro amore della musica, ma non hanno ricevuto in regalo dalle muse le melodie che gli altri due trovano si direbbe facilmente. Il massimo contrasto, in questo senso, è fra musicisti come Debussy, Ravel, Mahler o perfino Haydn, e quel miracolo di Mida-Mozart. Quelli trovano poco e devono farlo fruttare al massimo, spesso (come nel caso di Debussy) senza cavare molto dal buco, quello era una sorgente continua di ricchezza melodica e musicale. Léo Ferré arrivava ad infastidirmi, con la sua passione non corrisposta per la poesia. Sempre opinione personale, certo.
    Grazie del commento.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato ma sarà visibile all'autore del blog.
I campi obbligatori sono contrassegnati *