NOTA SULL’EDITORIA E RACCONTO ESEMPLARE

PICCOLA NOTA SULL’EDITORIA E RACCONTO ESEMPLARE
Leggiamo sul “manifesto”(1) che “La direttrice della collana ‘Cadre noir’ la linea ‘gialla’ di una delle più importanti case editrici francesi, ‘Le Seuil’, ha deciso di sospendere la pubblicazione dell’ultimo libro di Cesare Battisti già pronto per la stampa. A suo dire, dopo la confessione degli omicidi commessi dall’autore una quarantina di anni fa, mandare il romanzo di Battisti in libreria sarebbe in questo momento ‘indecente’ ”. E il testo continua condannando questa decisione: è inaccettabile che “un’opera di fiction, un brano musicale, o qualunque altra espressione artistica possa essere interpretata come apprezzamento assolutorio della biografia del suo autore”. Ci dispiace per il “manifesto”, ma chi scrive quelle righe non ha mai avuto seriamente a che fare con le case editrici.
Un libro non viene pubblicato per assolvere o condannare il suo autore (questo è vero), e neanche perché sia un capolavoro o una schifezza. Un libro viene pubblicato soltanto perché l’editore spera di venderlo bene e guadagnarci. Perché il suo autore, poco importa che ciò avvenga perché è un santo o un omicida seriale, sollecita la curiosità del pubblico. Non soltanto un romanzo o un saggio sono una merce come la mortadella, ma vengono “consumati” meno onestamente della mortadella. L’insaccato è giudicato dal suo sapore e il giorno dopo, se il cliente l’avrà apprezzato, tornerà a comprarlo, magari consigliandolo agli amici. Il libro invece non si vende, neanche se fosse ottimo, in primo luogo perché nessuno lo assaggia. E, in previsione di questo, nessun editore lo pubblica. Dunque l’editoria applica irremissibilmente il noto principio: “divieni famoso e pubblica un libro”, non “pubblica un libro e diventerai famoso”.
Cesare Battisti è diventato famoso come terrorista ed ha pubblicato dei libri. Magari buoni, è possibile. Ma non li avrebbe pubblicati se non fosse stato un pluriomicida per motivi politici, coccolato dagli “intellos” parigini. E se ora la funzionaria del “Seuil” parla di non pubblicarlo, non è per motivi morali: semplicemente si rende conto che scrivere “Le Seuil” sulla copertina del libro oggi potrebbe fare cattiva pubblicità alla casa editrice. E ci viene a parlare di indecenza? E non è stata un’indecenza, se così lei la pensa, pubblicare prima gli altri libri? Ci risparmi la predica. La politica editoriale del “Seuil”, come di tutte le case editrici, è puramente commerciale. E nessuno gliene fa una colpa. O forse soltanto quella di non avere letto La Rochefoucauld e di prenderci per allocchi.
Queste osservazioni meritano tuttavia un poscritto. Qualcuno infatti potrebbe obiettare che, se fosse veramente come dico io, non si pubblicherebbe mai lo scritto di un autore ignoto. Giusto. Ma la pubblicazione avviene quando l’editore si lascia convincere dal suo fiuto che, con un adeguato lancio, quel libro si venderà bene e renderà bene. In altri termini, il libro “parte” se l’editore è importante, se è in grado di lanciarlo, se è in grado di comprargli “comparsate” televisive o perfino qualche recensione benevola su giornali importanti. Oltre naturalmente alle spese materiali di stampa, rilegatura e distribuzione. Tutte cose al di là dei mezzi di un singolo autore. E ciò spiega – insieme con la scarsità di opere importanti di autori ignoti – il fatto che si pubblichino libracci tradotti, soltanto perché si sono venduti bene in America. Se uno sconosciuto signor Alighieri proponesse la Divina Commedia ad un editore non si sentirebbe neppure dire di no: semplicemente non riceverebbe risposta.
Che io l’abbia sempre pensata così lo dimostro anche con un racconto scritto molti anni fa, che chiunque può leggere qui di seguito, se ha tempo da perdere.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
(1) http://cercanotizie3.mimesi.com/Cercanotizie3/popuparticle?art=430842817_20190403_14004&section=view

MEL NAVAC

Uno può essere nato a Troina, in provincia di Enna; essere figlio di un piccolissimo proprietario terriero; chiamarsi per giunta Carmelo Scornavacca, ed essere lo stesso una persona intelligente.
L’intelligenza è una qualità che può creare problemi, a chi vuole definirla. Gli scienziati, per cominciare, ne distinguono parecchi tipi e in fin dei conti non sanno come misurarla. Per Carmelo comunque è più semplice dire che, sin da ragazzino, riusciva in tutto. Andava bene a scuola, anche se studiava meno degli altri. Era un leader naturale fra i bambini. Li batteva tutti, per esempio quando si trattava di far volare gli aquiloni – e in quel paese a oltre mille metri d’altezza era raro che non soffiasse il vento – ma era lo stesso molto amato. Infatti non si vantava mai, non irrideva mai colui che aveva battuto ed anzi era prodigo di consigli: “A to cumeta”, il tuo aquilone, gli spiegava in dialetto, “non vola bene per questa e quest’altra ragione. Aspetta che lo aggiustiamo”.
Ma Carmelo il periodo della sua fanciullezza non amava ricordarlo: era stato soltanto un momento di preparazione. Un prezzo da pagare prima di poter spiccare il salto e andare a vivere a Catania, a casa dello zio Mario, per frequentare le scuole secondarie superiori.
Zio Mario non si era mai sposato perché – amava dire citando Alberto Sordi – “non aveva mai voluto mettere un’estranea in casa”. A maggior ragione aveva avvertito il fratello che ospitava suo figlio ma rifiutava di essere suo tutore. E lo stesso discorso fece al ragazzo quando andò a prenderlo alla stazione degli autobus:
“Ti avverto, gli disse, a casa, di te, ti dovrai occupare tu stesso. Marietta certo non si può occupare di farti da balia. Sappi anche che questa città è un covo di serpi e alla tua età potresti commettere un sacco di sciocchezze. Per giunta io – l’ho già detto a tuo padre – non ti sorveglierò. Non mi curerà che tu studi, non ti annuserò la bocca per vedere se hai fumato, ti lascerò le briglie sul collo e se esageri mi limiterò a rimandati a casa. O in albergo, se tuo padre te lo paga. Chiaro?”
Carmelo, anche se non aveva ancora compiuto quindici anni, aveva il senso della responsabilità. Sicché lo rassicurò: “A me basta avere un tetto sulla testa e qualcosa da mangiare. Per il resto, sarò io stesso il mio tutore. So perfettamente che il mio futuro me lo devo costruire da me”. E mantenne la parola. Non soltanto non dette mai problemi, allo zio, ma questi, col passare del tempo, si dimostrò più tenero di suo padre. Una volta che glielo disse, lo zio sorrise: “Ma che dici! Tu non sai che fortuna hai avuto, ad avere un padre come mio fratello Antonio. È l’uomo più sano di mente che io abbia conosciuto”. E dal momento che lui personalmente era uno psichiatra, era un parere che contava.
Quando non se ne hanno ancora venti, gli anni scorrono lentissimi ma Carmelo non si annoiava certo. Tolte le ore della scuola, e tolte quelle dello studio – che per nulla al mondo avrebbe sacrificato – frequentava i compagni, giocava al calcio, discuteva di politica, corteggiava le ragazze, si mise perfino a studiare la chitarra. E quando si accorse che aveva bisogno di prendere lezioni a pagamento, non chiese certo denaro allo zio: dette lezioni private, con l’aureola del fenomeno il cui voto minimo, in tutte le materie, era otto.
Ottenuto cum laude il diploma di scuola secondaria, si pose il problema della facoltà universitaria da scegliere. Per lo zio Mario – il primo col quale ne parlò – il problema non si poneva: “Qual è la materia che ti piace di più?” “La filosofia”. “E allora iscriviti in filosofia”. Ma non era così semplice. Quando, venuto il periodo delle vacanze, Carmelo se ne tornò nella sua Troina, suo padre a quel progetto fece un salto. Lo guardò sbalordito e quando riprese fiato gli dette distesamente del cretino. “E poi che mangi?” Infine, con somma sorpresa di Carmelo, gli citò un proverbio cinese: “Chi sposa una donna bella è come uno che compra un campo per guardare il cielo”.
-Che significa?
-Che la filosofia puoi studiarla quanto vuoi, senza per questo farne il tuo miserabile mestiere. All’università devi andare per imparare un mestiere, un mestiere se possibile lucroso. Che so, medicina. Economia e commercio. Biologia. Chi ti impedisce poi di leggere quel che vuoi?
-Ma a me piacciono gli studi umanistici.
-E allora studia legge. È la facoltà di chi non sa che facoltà scegliere.
Fu così che Carmelo, rispettando il parere di suo padre, si iscrisse nella facoltà di giurisprudenza dell’Università di Catania: Siculorum Gymnasium, ateneo che si vantava di essere stato fondato nel 1434, il primo della Sicilia. Da competere quasi con Bologna.
Il diritto fu una sorpresa. A scuola gli erano piaciute tutte le materie (tranne la chimica, a causa della professoressa Calandra, alla quale aveva votato il culto dell’odio) all’università scoprì che andava matto per il diritto romano, e per il diritto costituzionale, e per il diritto privato, persino per la scienza delle finanze. La solita bulimia. E anche qui il voto più frequente, sul suo libretto, fu trenta.
Si laureò in quattro anni (come usava allora), naturalmente con centodieci e lode, e uscì dall’Aula Magna annunciando lieto agli amici: “Visto? Sono finalmente sono passato dalla condizione di studente a quella di disoccupato!”
Mentre già si dava da fare per vedere a quale concorso di Stato potesse partecipare, suo zio Mario, vedendo che Carmelo non chiedeva un soldo a nessuno ma aveva problemi persino per andare a prendere una pizza con gli amici, gli propose, nell’attesa del famoso “concorso”, un lavoro non degno di lui, ma che intanto lo avrebbe reso autonomo. Infatti era amico di un dirigente di un supermercato disposto ad assumerlo per l’estate. Fu così che Carmelo, che nei supermercati era entrato soltanto per fare la spesa, si ritrovò commesso. E il lavoro gli piacque.
“Sei un dongiovanni della vita”, gli disse suo zio. “Ti piace qualunque cosa. Ti avessero offerto di dirigere un bordello, avresti detto che dirigere un bordello è il più bel mestiere del mondo”.
-È un’esperienza interessante. E comunque la cosa più brutta è non avere soldi.
-Homo sine pecunia imago mortis, aveva sentenziato lo psichiatra. Neanche lui aveva dimenticato i suoi anni di liceo.
Carmelo non rimase a lungo commesso, perché presto divenne cassiere. Poi, anche in forza del suo titolo di studio, passò al reparto acquisti e dopo qualche mese ne divenne il capo. Fu notato dai dirigenti della catena alimentare, cominciò a guadagnare proprio bene e da quel momento divenne sempre più improbabile la partecipazione al famoso “concorso”. Una volta che aveva accennato con i suoi dirigenti alla possibilità di lasciare quel lavoro, questi si erano fatti in quattro per dimostrargli che sarebbe stato un errore, prospettandogli che avrebbe fatto carriera, nell’impresa, e dipingendogli gli impiegati di Stato come grigi travet. Insomma dimostrarono in tutti i modi che tenevano a lui. Il ragazzo che voleva iscriversi alla facoltà di filosofia stava forse per divenire un uomo d’affari.
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Come spesso avviene, le più importanti decisioni finiamo con l’adottarle per caso. Non diversamente da come è spesso per caso che abbiamo incontrato la donna che poi diviene la nostra compagna per tutta la vita. Tre anni dopo che era entrato in un supermercato come commesso, aveva fatto tanta carriera da essere diventato il responsabile della sede di Siracusa. E da temere anche di divenire workaholic, un intossicato del lavoro. Un uomo prosaico, il cui scopo e la cui funzione nella vita erano quelle di aumentare il giro d’affari di quella struttura. No, questo non doveva avvenire, decise una domenica. Se il Presidente Reagan aveva detto che sarebbe stato un “President from nine to five”, dalle nove del mattino alle cinque del pomeriggio, anche lui poteva fare altrettanto.
Fu così che decise di tirare i remi in barca. Al supermercato avrebbe dedicato otto ore al giorno, non di più. E se in questo modo – in base al principio di Peter – avesse dimostrato che non meritava alcuna promozione, tanto peggio. Non abbisognava di più denaro di quello che guadagnava. Per anni aveva mirato almeno all’otto, al liceo; poi al trenta, all’università; ora doveva imparare a mirare al sei. Lo pagavano bene, e bene avrebbe fatto il suo dovere, ma nulla di più, senza zelo. Il sei si chiama anche “sufficienza”.
Prese gusto a programmare la propria vita futura. Doveva in primo luogo dedicare più tempo a Linda, sua moglie, che proprio lo meritava. Alla lettura, se non voleva realmente divenire “il sig.Direttore”. E perché non riprendere la chitarra? Anche se la distanza siderale che lo separava dai grandi solisti lo scoraggiava. Forse avrebbe dovuto dedicarsi alla fisarmonica. Ma soprattutto dovevano occupare il primo posto Linda e la lettura: “Non sono quello che voleva iscriversi in filosofia?”
Mantenne la parola e si accorse che, oltre a leggere, gli piaceva scrivere. Così cominciò con qualche articolo, che Linda trovò interessante. “Scrivi meglio dei giornalisti professionisti”, commentò. Lui le dette un bacio – chiedendole di non insistere, se no le avrebbe creduto – e tuttavia quel passatempo quasi gli prese la mano. Anche se quei suoi scritti finivano invariabilmente in archivio, sorprese Linda scrivendo anche articoli di costume, commenti politici, riflessioni sulla vita, e perfino ricordi d’infanzia.
Ma presto si stancò della realtà. Di quella ne aveva a iosa col suo lavoro. Dunque passò ai racconti e infine, inopinatamente, pose mano a un romanzo. Le pagine presero ad accumularsi, e lui non sapeva in che modo quelle vicende si sarebbero concluse. “Ma proprio non hai una trama, in testa?”, gli aveva chiesto Linda. “Me la racconteranno i personaggi in cerca d’autore, aveva risposto. Questa storia mi terrà compagnia per mesi”.
Ma la vita, ancora una volta, decise al suo posto. La sua catena di supermercati attraversava un periodo problematico. Forse a causa della congiuntura economica nazionale, giungevano echi dalla Francia – cui la catena faceva capo – secondo i quali forse Parigi avrebbe amato ritirarsi dall’Italia. Inoltre i clienti, invece di aumentare, avevano tendenza a diminuire, anche se per questo Carmelo una spiegazione l’aveva: la causa erano certe scelte, riguardo alle linee di vendita che lui aveva vanamente cercato di contrastare.
E cominciò a preoccuparsi. Quando un’impresa chiude, la fanteria di solito rimane al suo posto, anche perché un un edificio che è stato costruito per essere un supermercato probabilmente rimarrà un supermercato. Anche se con un’altra ragione sociale. Viceversa per i dirigenti non c’è nessuna garanzia. Bastava che effettivamente la sua catena si ritirasse da Siracusa, perché quel supermercato riaprisse con un direttore diverso da lui. Magari semplicemente perché amico dei nuovi padroni. Doveva proprio trovare una soluzione prima di essere costretto a farlo.
Di mettersi a studiare e fare un concorso, non se ne parlava neppure. Erano passati anni, dalla laurea, e non aveva voglia di riprendere quegli studi. Senza dire che avrebbe comunque subito una riduzione delle entrate. Come farla accettare a Linda? Forse avrebbero dovuto accontentarsi di una casa più piccola, forse avrebbero dovuto ridurre le spese correnti, ormai piuttosto cospicue… No, era meglio approfittare della sua nuova competenza come direttore di un’impresa.
Fu così che cominciò a pensare d’aprire un suo supermercato a Noto. C’era una notevole zona scoperta, con un bacino d’utenza che avrebbe potuto rivelarsi eccellente, ed era una buona occasione: ma per aprirlo erano necessari dei capitali, e lui certo non disponeva di somme tanto grandi. Si mise a fare il giro delle banche, ma gli servì soltanto per scoprire che anche una buona idea, perfino quando tutti la giudicano tale, non per questo induce il prossimo ad aprire la borsa dei denari. La banca sarebbe stata lieta di prestargli la somma necessaria, se soltanto lui avesse potuto offrire adeguate garanzie. Ma lui aveva soltanto la sua villa e gli altri due appartamenti che nel frattempo aveva comprato a Siracusa. Robetta. E per il momento non gli restava che continuare a lavorare come al solito. nel supermercato, sperando che durasse.
Ma non durò. Improvvisamente la sua catena di supermercati si ritirò dall’Italia, il suo stesso punto vendita chiuse – col solito corollario di sfilate di disoccupati per le vie della città, intervento dei politici e tutto il resto – e lui si ritrovò disoccupato. Tanto che cominciò a vivere dei suoi risparmi.
Naturalmente tutti parlavano dell’opportunità di riaprire il supermercato, sia per non lasciare senza paga le decine di persone che vi lavoravano, sia per i molti clienti del vicinato, e infine – anzi, soprattutto – perché era un’occasione di guadagno, per chi avesse saputo farci.
Fu qui che Carmelo ebbe il suo colpo di fortuna. Una piccola banca che voleva farsi strada, sapendolo disponibile e stimandolo, si accontentò delle poche garanzie che poteva offrire, e si dichiarò disposta a finanziarlo generosamente, in cambio di una partecipazione minoritaria nel capitale.
Non erano passati sei mesi che Carmelo Scornavacca, uno che mai avrebbe pensato di divenire un imprenditore, si era ritrovato proprietario e direttore di un supermercato. Ma all’occasione era disposto a divenire cassiere, commesso, sorvegliante o elettricista. Doveva riuscire ad ogni costo a pagare le rate del mutuo. E presto i risultati si videro. Non soltanto il supermarket ritrovò la sua precedente clientela ma sotto la sua guida fece molti più affari di prima. “Volevo divenire un filosofo ed ecco che se un genialità sto rivelando, è negli affari, come Voltaire”, si diceva lui mestamente. Infatti, malgrado il successo e la prosperità, il denaro non lo allettava molto.
E tuttavia, se lui non amava il denaro, il denaro amava lui. In capo a qualche anno non soltanto aveva ripagato il debito con la banca, ma l’ingranaggio lo aveva costretto ad aprire anche a Noto quel supermercato al quale aveva pensato un tempo. Prima fece la spola tra Siracusa e Noto, poi ripensò ancora una volta a Ronald Reagan. Come faceva, quel diavolo d’uomo, ad essere Presidente from nine to five? Il segreto non poteva essere che uno: la capacità di scegliere i collaboratori e il coraggio di delegare.
Ci riuscì. Trovò un direttore come si deve, la macchina prese ad andare avanti con i suoi propri mezzi, e lui divenne sempre più ricco. Tanto che, visto che si presentava una buona occasione, aprì un supermercato a Catania. E poi a Gioia Tauro, a Salerno, a Palermo, a Torre Annunziata, infine in tutta l’Italia.
Si guardava allo specchio e non si riconosceva. Tanta gente, nel mondo, ha difficoltà a sbarcare il lunario; tanti imprenditori tentano disperatamente di aumentare il loro giro d’affari, e lui, senza strapazzarsi, sembrava azzeccare ogni mossa. “Mi sento Gastone, il cugino fortunato di Paperino”.
La sua fortuna – come essere umano – era però quella di avere mantenuto la sua decisione di tanto tempo prima: non doveva lavorare più di otto ore al giorno. “Il Capo, spiegava ai nuovi dirigenti che assumeva, è un buon Capo se sa scegliere i collaboratori, se sa avere fiducia in loro, e se sa delegare. Voi mi sembrate le persone giuste, ma devo avvertirvi che, nel caso mi sbagliassi, salterete voi, non io. Io non posso sorvegliarvi e non intendo farlo. Ma vi giudicherò dai risultati”.
E tuttavia, da bravo Gastone, anche in questo era fortunato. Salvo in un caso al quale preferiva non pensare, i suoi dirigenti e tutto il suo personale lo rispettavano, come lui li rispettava. L’enorme macchina funzionava senza uno scossone, e lo spirito di serena collaborazione la pervadeva fino all’ultimo fattorino. Fra l’altro lui non permetteva a nessuno di essere arrogante, come non lo era lui per primo, neanche col ragazzotto appena assunto.
A questo punto si ricordò dell’Impero Romano. Una delle principali cause della sua decadenza, e infine del suo crollo, furono le sue dimensioni. Quando le cose si mettono male, i piccoli mammiferi sopravvivono, i dinosauri scompaiono. Decise dunque di non incrementare le dimensioni della sua impresa, per non lavorare di più e per non incappare nei difetti dei dinosauri. Anzi, cominciò a vendere qualcosa, e a ricavare un reddito dagli investimenti, in tutto il mondo. Era ormai miliardario e, per quanto riguardava la sua catena di supermercati, aveva soltanto il problema di prendere le decisioni strategiche. A titolo personale, aveva soltanto quello di occupare le otto ore al giorno, e forse anche qualcuna in più, che si era riservato.
Da tempo aveva ripreso a scrivere il suo famoso romanzo, quello di prima che avesse il problema di inventarsi un nuovo lavoro, ma andando avanti lo aveva amato sempre meno. Finché decise di considerarlo soltanto un allenamento. Un tempo aveva deciso che la trama l’avrebbero scritta gli stessi personaggi? Bene, stavolta non ce l’avevano fatta. Così cominciò un nuovo romanzo, con una trama perfetta e completa, elaborata, sulla base di un’idea centrale, durante una notte d’insonnia.
E stavolta fu l’innamoramento. Era così contento di ciò che scriveva che non vedeva l’ora di mettersi al computer. E scriveva, scriveva, scriveva tanto che il romanzo fu pronto in due mesi, correzioni e tre riletture incluse. Personalmente ne era tanto soddisfatto, che stentava a nasconderlo. “Sono diventato narcisista, io che mi vantavo di non esserlo?” Ma anche Linda ne era entusiasta: “Finalmente questa è letteratura. Non è un saggio, non è una tesina universitaria, non è un apologo. Bravo!” Ma come fidarsi del giudizio di una persona che ti vuol bene da decenni?
Così, assunto un nome di fantasia, e dando come indirizzo quello di un suo supermercato, inviò il manoscritto ad un editore. Non ricevette risposta. Stupito, scrisse di nuovo per chiedere notizie, e infine ricevette una lettera, evidentemente pre-scritta, in cui gli si spiegava che quel romanzo “non rientrava nei programmi editoriali della Casa”. Aveva sbagliato editore. Dunque provò con un altro, ma ottenne lo stesso risultato. Un terzo si disse entusiasta del testo ma disposto soltanto a stamparlo “a spese dell’autore”. “E per questo, gli rispose lui, basta una qualunque tipografia”. Fece ancora qualche tentativo e infine si rassegnò. Vicolo cieco.
Passò un anno e gli rinacque la voglia di scrivere. Anche stavolta si ritrovò, lui uomo maturo, in preda ad una sorta di furore creativo. Il testo andava avanti da solo, tanto velocemente, che stentava a tenergli dietro. I personaggi stavolta facevano il loro dovere, tanto che una volta, scrivendo una scena commovente, si sorprese a piangere. Quasi che veramente assistesse a qualcosa che avveniva al di fuori di lui, e che lui si limitava a registrare, sul computer.
Parecchie settimane dopo il fiume giunse al mare. “E ora il lavoro dell’artigiano”. Quel lavoro che Flaubert conosceva così bene. Pagina dopo pagina, anzi, paragrafo dopo paragrafo, tolse ripetizioni, sveltì delle frasi, eliminò ambiguità, cancellò qualche goffaggine, e cercò di arrivare a quella perfezione che si chiama semplicità. Naturalmente, finito il lavoro, lo riprese da capo. Come diceva il grande Buffon, “le génie est une longue patience”, il genio è una lunga pazienza.
Solo quattro mesi dopo poté fermarsi, e guardare a ciò che aveva fatto, come un pittore che si allontana dal cavalletto, per dare un giudizio d’insieme sull’opera che ha terminato: “Comunque, non potrei mai scrivere qualcosa di migliore”. Non nel senso che quel libro fosse un incontestabile capolavoro, ma corrispondeva così esattamente al suo ideale che, in ogni modo, per lui era il massimo. Dunque non resistette alla voglia di riprovarci, con gli editori, e ricominciò con la catena dei no.
Uno, due, tre, finché l’ottavo fu condito da una lettera personale dell’editore. Evidentemente una persona gentile, questo signore gli diceva che il testo gli era veramente piaciuto ma che nel mondo dell’editoria ciò non voleva dir nulla. Se gliel’avesse pubblicato – perché in fondo era questo, il suo mestiere – lui avrebbe sprecato il suo denaro e l’autore si sarebbe soltanto ritrovato con migliaia di libri invenduti. Avrebbe soltanto potuto regalarli agli amici, che li avrebbero accettati con l’aria di fargli un piacere. Se lui fosse stato un famoso calciatore – gli spiegava – se fosse stato una celebrità dello spettacolo, forse perfino un noto pluriomicida, forse il suo romanzo sarebbe stato un successo. Anche se fosse stato di molto inferiore a quello che gli aveva mandato. Invece, essendo lui uno sconosciuto, non aveva speranze. “La regola fondamentale dell’editoria non è: pubblica un libro e diverrai celebre ma divieni celebre e pubblica un libro”. La conclusione fu lapidaria: “Se oggi un ignoto signor Dante Alighieri volesse pubblicare il suo poema, potrebbe farlo soltanto a spese sue. Per poi invadere la sua cantina con le tremila copie invendute del suo inutile libro”.
Le considerazioni dell’editore gli fecero capire che dell’editoria, fino a quel momento, non aveva capito niente. Ma lo indussero anche ad una considerazione generale, proprio partendo da Dante. Il sig.Alighieri era un onesto borghese, iscritto alla corporazione di medici e speziali, che coltivava il piacere della poesia. E infatti, anche appoggiandosi sulla sua enorme cultura, aveva scritto una Divina Commedia che, oltre ad essere un’opera di fantasia e di fede, era anche una sorta di giudizio universale degli antichi e dei contemporanei. Reputava l’opera ben fatta e questo era anche il parere dei contemporanei. Ma quanto valeva, oggettivamente? Per “oggettivamente” bisognava intendere questa domanda: la “Commedia” sarebbe stata dimenticata qualche anno dopo la sua morte, quando non ci sarebbero più stati né l’autore né gli amici cui l’aveva fatta leggere, oppure sarebbe stata considerata per secoli e secoli un capolavoro immortale, sul quale si sarebbero curvate legioni di studiosi, fino a creare la corporazione dei “dantisti”?
Il dubbio era interessante. Dante come doveva considerare sé stesso, uno sciocco rimatore che si chiedeva se per caso non fosse un genio, o uno che – come Mozart – non si rendeva conto di essere uno dei giganti dell’arte di tutti i tempi? La letteratura francese, in questo campo, offre un esempio indimenticabile. Corneille, grande artista, da vecchio venne in uggia a tutti e fu praticamente dimenticato. Viceversa, nello stesso periodo, a teatro aveva un successo straordinario un autore, tale Quinault, che sul momento avrebbe avuto tutto il diritto di considerare sé stesso un genio. Invece che cosa hanno decretato i secoli seguenti? L’amareggiato e dimenticato Corneille fu un genio immortale, Quinault soltanto un nome per specialisti della materia.
Ora chi era lui, un poveraccio afflitto da un cognome ridicolo, uno che aveva fatto i soldi ma era tanto sciocco da credersi un romanziere, oppure un artista che pure valeva qualcosa e che l’infame sistema della pubblicità contemporanea condannava all’oscurità?
Questo interrogativo, che avrebbe dovuto chiudergli per sempre tutte le porte, gli fece al contrario avere un’idea: “Se l’editoria, come sembra, è questione di marketing, io parto favorito. Perché il marketing è la mia competenza professionale. Se è così che il pubblico ragiona, bisognerà soltanto lisciarlo secondo il verso del pelo. E da ciò nacque un progetto grandioso. Bastava ribaltare il discorso del sig.Alighieri.
“Io, poteva dirsi Dante, non so se la Divina Commedia sia un’opera sbagliata, in ritardo sui tempi, noiosa e pedante o se è un capolavoro immortale. Naturalmente, se l’opera è sbagliata, Dio è stato gentile con me, quando mi ha lasciato nel dubbio. Ma se fosse un capolavoro, che me ne farei della gloria, quando sarò morto? Che ne saprò dell’apprezzamento dei posteri, capaci di dedicarmi vie, piazze, scuole, banconote, e di proclamarmi poeta nazionale?”
Ecco, pensava Carmelo: fatte le dovute proporzioni, questo ragionamento poteva applicarlo a sé stesso. Non aveva scritto la Divina Commedia ma, se l’avesse scritta, secondo quell’editore non avrebbe avuto maggiore fortuna. E allora avrebbe ribaltato il sistema col suo denaro e la sua abilità di professionista della distribuzione. Si sarebbe fabbricato il successo con la tecnologia pubblicitaria e si sarebbe goduto in vita tutti gli omaggi che un Dante contemporaneo potrebbe soltanto sognare. Rideva già di una società che avrebbe indotto a giudicare lui un genio, mentre magari lasciava nell’ombra un genio vero. Così, programmò la beffa con molta cura.
Innanzi tutto, sempre obbedendo agli imperativi del marketing, decise che chiunque si fosse chiamato Carmelo, e per soprammercato Scornavacca, al massimo poteva vendere salumi. O ancor meglio latticini. Dunque raccolse un pezzettino di ognuno di quei nomi e di “Carmelo” si salvò soltanto “Mel” – Mel come Mel Gibson – e del lungo e prosaico Scornavacca sopravvisse il centro, “Navac”. Un nome di assonanza mitteleuropea, quasi Novak. Questo Mel Navac era nato da qualche parte e viveva da qualche parte, naturalmente, ma certo non poteva avere niente a che fare con la Sicilia terrosa e provinciale di Troina o Siracusa. Anche il titolo del romanzo, che era stato semplicemente “La strada di Armando”, divenne “Bagliori nella notte”.
Poi comprò una piccola casa editrice di Brescia, con tutto il suo personale, e la lasciò vivacchiare per qualche mese, quasi facendosi ignorare. Infine, ordinò al direttore di Brescia di preparare cinquantamila copie del manoscritto che gli inviava. Edizione di lusso, mi raccomando, e che non si preoccupasse delle spese.
Nel frattempo si mise in contatto con una delle migliori agenzie di pubblicità del Paese e organizzò – ancora una volta senza lesinare sulle spese – il lancio in grande stile del romanzo: quasi fosse l’opera molto attesa di un celebre scrittore. La pubblicità sui giornali e in televisione fu così efficace che, prima ancora che il libro fosse in vendita, la gente cominciò a chiederlo nelle librerie. Infine, se pure con molta cautela, si mise in contatto con qualche famoso critico, che sapeva non insensibile agli omaggi monetari, gli mandò il testo in anteprima e nel frattempo gli allungò sottobanco una busta ben gonfia, assicurandosene le critiche entusiastiche.
La curiosità era divenuta nel frattempo enorme, e lui la coltivò a suon di centinaia di migliaia di euro. Non appena enormi pile del suo libro apparvero nelle librerie, organizzò un premio letterario, intitolandolo a quel libro. Pagando profumatamente, sollecitò qualche dibattito in televisione sul valore e il significato del romanzo, sia in senso letterario che in senso sociologico o addirittura filosofico, e insomma fece tanto baccano da creare ex nihilo un caso nazionale.
Ancora una volta – come pareva fosse suo destino – l’iniziativa concepita in pura perdita si rivelò un affare. Ben presto non soltanto ricuperò tutte le spese affrontate, ma dovette far uscire una seconda e una terza edizione. E altro denaro guadagnò concedendo i diritti per la traduzione in altri tre Paesi europei.
Anche in un altro senso le cose andarono meglio del previsto. Il successo di critica del suo romanzo andava infatti al di là di ciò che lui stesso aveva organizzato. Il libro piaceva sul serio, tanto che la curiosità rispetto al suo autore divenne enorme e i giornalisti si misero alla caccia del misterioso artista. Il direttore di Brescia tenne la bocca ermeticamente chiusa (ne andava del suo posto di lavoro) ma non altrettanto fece qualcun altro. Forse ognuno sperava di ricavarne qualcosa, certo è che, mettendo insieme a poco a poco i pezzi del puzzle, la verità venne a galla: il genio ignoto era un miliardario, un magnate della distribuzione commerciale. Mel Navac, nientemeno, era Carmelo Scornavacca. Qualche risata su quel nome e quel cognome fu inevitabile ma, come dicono gli anglosassoni, nulla ha più successo del successo. Non soltanto gli furono perdonati nome e cognome, ma tutti presero a chiamarlo signor Navac. Scornavacca rimase un cognome utile soltanto per amministrare i supermercati o per farne una domanda da quiz televisivo. Era nato Mel Navac: un autore di successo che aveva l’hobby di fare i miliardi con i supermercati.
Carmelo tuttavia non rinnegava il buon senso contadino di suo padre e cominciò ad essere infastidito da questa beffa che aveva ormai i contorni della verità. Decise dunque che Carmelo Scornavacca doveva vendicarsi di Mel Navac e così, mentre prima aveva fatto di tutto per nascondersi, cominciò ad accettare tutti gli inviti, fino a divenire un personaggio televisivo. “Stasera avremo il piacere di avere con noi Mel Navac, il notissimo autore…”
Grande successo, grande curiosità, ma anche molta meraviglia. Come, mente tutti lo lodavano e l’apprezzavano, lui diceva soltanto di avere fatto uno scherzo all’Italia? Forse era in quel momento, che voleva scherzare, dicendo quell’assurdità, non quando aveva scritto quel libro che aveva fatto riflettere tanta gente, e di cui parecchi si erano addirittura dichiarati ammaestrati a meglio vivere!
Mel scoprì che distruggere un successo è tanto difficile quanto ottenerlo. Già soltanto provandoci si fece una fama d’originale, di siciliano paradossale, quasi di un emulo di Oscar Wilde, e ciò fece semmai aumentare le vendite del suo libro: ecco uno che non si era montato la testa; ecco uno che riconosceva che i soldi servono anche per avere il successo nel campo dell’arte (una cosa che consolò intere legioni di presunti artisti squattrinati); ecco uno che diceva la verità, anche quando non gli conveniva. Vediamo che ha scritto.
Il gioco andò avanti così per qualche mese, finché una sera Mel non si trovò a faccia a faccia con Andrea Saglietti, il famoso critico che lui mai avrebbe tentato di avvicinare, tanto aveva fama di severo e di incorruttibile. Il conduttore del talk show gli chiese anzi:
-Caro Navac, non ha paura di incontrare Saglietti? Lo sa che ha la fama di demolitore di miti?
-Non ho paura, gli rispose sereno. In primo luogo perché non sono un mito, in secondo luogo, il parere di un uomo onesto e al di sopra di ogni sospetto è sempre da rispettare. Può essere erroneo, quel parere, perché siamo tutti fallibili: ma ha il pregio di essere in buona fede.
Saglietti si limitò a sorridergli ironico, e ad accennare un inchino.
Quando infine venne il suo turno, e il conduttore gli chiese di commentare il fenomeno Navac, il critico si aggiustò gli occhiali sul naso, si sistemò comodo nella poltroncina e guardando Mel negli occhi esordì:
-Lei, caro Navac, mi fa l’onore di reputarmi onesto e in buona fede. Ed io dovrei in qualche modo ricambiare la cortesia. Confesso invece che mi sarebbe più simpatico se fosse più capace di accettare la verità. Anche quando non è quella che si aspettava.
-Chi glielo dice, che non ne sono capace? protestò Mel. Se lei afferma che il mio romanzo fa pena, accetterò questo sua opinione senza discutere. Se poi lei avrà anche la bontà di motivare le sue osservazioni negative, sarò lieto di studiarle con attenzione. Io venero la realtà.
-Proprio di questo dubito.
E a partire da questo momento Saglietti proseguì con calma, come un fiume che va tranquillo verso la sua foce:
-Che lei, caro Navac, sia nutrito di buone letture, e perfino di cultura classica, si vede dal suo libro. Per questo non si offenderà se le chiedo una minuzia: ricorda la Patente, del suo conterraneo Pirandello?
-La storia di quello che voleva la patente di iettatore, come no?
-Esattamente. Anche il povero Totò ne fece una brillante macchietta. Bene, lei da tempo si batte per avere la patente di finto genio. Di imbroglione della letteratura. Di autore di una beffa epocale. Dunque ha difficoltà ad ammettere una umile verità: lei è un vero artista ed ha scritto un eccellente romanzo.
Se Mel avesse avuto qualcosa in bocca, gli sarebbe certo andata di traverso. Invece fu tanto sorpreso che si limitò a sgranare gli occhi, come avesse visto un fantasma. Saglietti sorrise:
-Le pare tanto strano? Non ci può essere ogni tanto qualcuno che scrive un bel libro?
-Un bel libro? E allora come mai tutti gli editori me l’hanno rifiutato?
Mel era sufficientemente indignato per non potersi trattenere dal continuare, parlando con tono appassionato:
-Come mai il successo è venuto da una campagna di marketing fatta da un professionista del ramo, se così posso definirmi? Sono un genio se sono ricco, sono un fesso se sono povero? Lei stesso il mio libro non l’avrebbe degnato di uno sguardo, se gliel’avessi mandato a casa prima della pubblicazione. Lo confessi.
-Ha ragione, ricevo un mare di spazzatura. E il suo libro non l’avrei nemmeno cominciato. Ma ciò non impedisce che, nel suo caso, avrei sbagliato. Mentre avrei reagito correttamente nella stragrande maggioranza degli altri casi. Vede, la questione non è se il suo successo a lei piaccia o non piaccia. E non è nemmeno quella di sapere in che modo l’ha ottenuto. L’unica cosa che importa – almeno a mio parere, per quello che vale – è che Lei questo successo l’ha meritato. La sua beffa non è per niente riuscita.
A Mel scappò quasi da ridere:
-Pensa che saremmo qui, con le telecamere intorno, se non mi fosse riuscita?
Saglietti sorrise come uno che ha la migliore briscola in mano:
-Caro Navac, la sua argomentazione non vale nulla. Lei si definisce un competente di marketing, e facciamo anche di pubblicità. Ma allora Lei m’insegna che una buona pubblicità fa vendere accettabilmente un prodotto medio, fa vendere con grande successo un buon prodotto, ma assassina velocemente un cattivo prodotto: infatti suscita aspettative che sono subito deluse. Ognuno dice al suo vicino: “Guardatene, fa schifo, sono soldi buttati” e nel giro di qualche giorno non soltanto quel prodotto non si vende più, ma rovina l’immagine dell’industria che lo produce. Se dunque la sua beffa, come la chiama lei, è riuscita, è perché non era una beffa. Lei meritava il successo che ha avuto, e non l’avrebbe avuto se non l’avesse meritato.
Mentre ancora Mel cercava quel che avrebbe potuto rispondere, il pubblico scoppiò in un applauso tanto fragoroso che a Mel, imbarazzato, non rimase che alzarsi e accennare un paio d’inchini.
Gianni Pardo 2003

NOTA SULL’EDITORIA E RACCONTO ESEMPLAREultima modifica: 2019-04-03T14:34:52+02:00da gianni.pardo
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Un pensiero su “NOTA SULL’EDITORIA E RACCONTO ESEMPLARE

  1. Fantastico, bellissimo racconto, l’ho letto tutto di un fiato, quando sono arrivato alla fine non credevo che fosse terminato e sono rimasto male, pensavo che continuasse.

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