UNA POSSIBILE INTERPRETAZIONE DEL PRESENTE

Non è vero che tutte le nazioni sono uguali ed hanno pari difetti e pari qualità, pari capacità e pari tendenze. Senza nessuna punta di razzismo, è lecito dire “i tedeschi sono così”, “i francesi sono cosà”, e via di seguito. Infatti non se ne fa una questione di razza, ma una questione di sviluppo storico, di imprinting e in fin dei conti di condizionamento dei singoli.
I greci del mondo classico non credevano molto al merito personale. Soprattutto in campo morale. La loro Divina Commedia sono i poemi omerici di cui, nello stesso mondo classico, molte persone colte conoscevano a memoria brani interi. Talmente essi erano fondamentali nella loro cultura. E proprio in questi poemi possiamo scorgere i punti di riferimento dell’anima greca.
Il vincitore è Achille, ma Achille vince perché non è del tutto umano. Perché è invulnerabile. Perché è favorito dagli dei. E non ha altri meriti, oltre quello del suo poco rischioso valore guerriero: è irascibile ed egoista. È violento, suscettibile, e in una parola poco amabile. Ma ciò malgrado è l’eroe vincente, perché così ha voluto il Fato. Mentre Ettore è anch’egli un eroe, ma non è invulnerabile. Il suo valore deriva dal suo coraggio, dalla sua capacità di affrontare il pericolo pur sapendo di correre dei rischi. E non basta: è anche un buon figlio, un buon marito e un buon padre. E tuttavia, qual è la sua sorte? Quella di essere ucciso da Achille. Perché nel duello questi, per giunta, è favorito dalla divinità che lo protegge. Per i greci dunque essere ammirevoli moralmente non serve a sopravvivere. E infatti chi è il loro eroe nazionale? Non Achille, perché non si può pretendere di avere sempre gli dei al proprio fianco. E neppure Ettore: è Ulisse. Colui che fa prevalere la Grecia su Troia con l’inganno, non vincendola in battaglia.
Ulisse non è particolarmente morale. Tutta la sua storia, sia nell’Iliade, sia nell’Odissea, è la storia di un furbo che riesce a cavarsela nelle peggiori situazioni: che si tratti di Polifemo, delle sirene o della Maga Circe. E non per merito di qualche divinità. Se per vent’anni non riesce a tornare nella sua Itaca è perché la sua mancanza di morale è eccessiva (hybris) al punto da offendere gli dei. Nettuno non gli perdona non tanto di avere accecato suo figlio Polifemo, quanto di averlo irriso, dopo.
La caratteristica dei greci è stata quella di non essersi allontanati molto dal loro io – un io umano, troppo umano, avrebbe detto Nietzsche – e di non soffrire di un eccesso di superio. Infatti nemmeno oggi sono particolarmente affidabili. E non è un caso che Nietzsche abbia ritrovato nella Grecia classica quella liberazione dell’anima umana dai legacci ebraico-cristiani che per secoli hanno ammorbato l’aria dell’Europa. I greci avevano il coraggio di essere sé stessi e di legittimare le loro peggiori tendenze. Del resto avevano reso umano, e composto di “peccatori”, perfino il loro Olimpo.
L’Italia, come tendenza di fondo, è più greca che germanica. È vero, i romani della Repubblica erano più vicini ai tedeschi che ai greci, ma già nel I Secolo a.C. abbiamo visto lo scatenamento delle ambizioni, degli egoismi, delle crudeltà. Neanche Roma, pur avendo avuto un altissimo funzionario a guardia dei costumi, il Censore, è stata un modello di moralità. Per non dire che poi è arrivata a grecizzarsi, ad orientalizzarsi, a scadere in tutti i sensi, col basso impero. I greci almeno erano abbastanza individualisti da amare la democrazia, mentre la Roma degli ultimi secoli non ebbe istituzioni diverse da quelle persiane, di quel Grande Re – tiranno orientale – che i greci aborrivano.
Questi i due “Paesi caldi” che hanno dato forma mentale all’Europa e, in buona misura, al mondo intero. Ma poi sono nati i grandi “Paesi freddi” del Nord. Forse qui gli uomini sentivano di avere un nemico comune, una Natura ben poco sorridente ed anzi brutale, contro la quale bisognava far gruppo. Infatti già i germani quali ce li descrive Tacito sono più uniti e soprattutto più morali, come popolo, di quanto fossero i romani. E questa tendenza alle virtù – che ancora oggi rende gli olandesi tanto più onesti di noi, in media – col tempo è divenuta insofferenza nei confronti del Papato. Impossibile perdonargli la sua avidità, la sua ipocrisia, il suo tradimento degli ideali cristiani. Lutero è nato in Germania e non poteva nascere in Italia, dove del resto la sua Riforma non attecchì. E le caratteristiche della Riforma sono interessanti da parecchi punti di vista. Soprattutto per capire le differenze fra Nord e Sud d’Europa.
I greci erano pronti ad accettare che si vincesse o si perdesse per volontà degli dei, e questo costituiva dopo tutto un discarico di responsabilità. Perfino la furbizia contrapposta alla lealtà si giustifica con la volontà di contrastare un destino avverso. Avverso senza ragioni morali: magari per il capriccio di un dio. E contro un destino immorale è lecito barare. Con Lutero invece sparisce questa comoda scorciatoia. C’è un solo Dio, ed è il dio della moralità. Non esiste più la confessione: si risponde dei peccati direttamente a Dio, a tu per tu, senza intermediari e senza la possibilità di una finta assoluzione, concessa da un peccatore come noi.
I nordici sono più morali di noi perché non concepiscono un fatalismo come quello di cui sono vittime i musulmani (che in fin dei conti sono dei perdenti nati, per questo). Ognuno sa di essere responsabile dei propri risultati, agli occhi di Dio e agli occhi dei concittadini, che non perdonano facilmente chi infrange le regole accettate. E chi si arricchisce onestamente, contrariamente a quanto leggiamo nel Vangelo, è stimabile anche agli occhi di Dio. .
Naturalmente queste correnti sono spesso sotterranee e inconsce. Né queste grandi nazioni vivono ed agiscono in vaso chiuso. La Riforma, pur non attecchendo in Italia, anche da noi provocò una forte reazione morale, con la Controriforma. E analogamente gli ideali sociali e comunitari che nell’Ottocento sorsero prima in Francia ed ebbero il loro culmine in Germania, con Marx, col tempo si diffusero anche in Italia. Col socialismo nella prima metà del Ventesimo Secolo (e del socialismo, seppure “nazionale”, fa parte anche il fascismo) e con il comunismo nella seconda metà.
Gli italiani si allontanavano dalla religione – anche se una religione più formale che sostanziale – per essere sempre più preoccupati del bene comune, del riscatto dei poveri, dell’uguaglianza, e perfino della morale (soprattutto pubblica, cioè altrui). A questo quadro però corrispondevano le classi superiori, mentre il popolo coglieva, di questo movimento, soprattutto la parte economica: e per cominciare l’aumento dei salari.
Così il Paese, nei lunghi anni che vanno dalla fine della Seconda Guerra Mondiale a una decina d’anni fa, è vissuto con un double standard. La classe colta, se pure senza rinunziare a nessuno dei suoi privilegi, si è ammantata dei massimi ideali della sinistra, mentre la classe inferiore ha mirato al sodo ed ha creduto sdi potere sfruttare uno Stato che si dichiarava in dovere di essere generoso. Per questo chiedeva sempre più vantaggi. Col risultato che, finché c’è stato grasso da eliminare, la democrazia si è retta senza grandi scossoni, malgrado il contrasto fra Democrazia Cristiana e Partito Comunista. La prima che faceva finta di essere cristiana e il secondo che faceva finta di essere comunista.
Ma quando infine il debito pubblico è divenuto tale che bastava una mossa sbagliata in più e sarebbe stata la catastrofe, quando non si è potuto spendere più di quanto lo Stato incassava (ché anzi lo Stato era costretto a spendere meno di quanto incassava, perché una buona parte delle sue risorse se ne andava per pagare gli interessi sull’enorme debito pubblico accumulato) è cominciata la vera scontentezza popolare. Da oltre dieci anni si parla di crisi economica, in tutta l’Europa, ma soltanto in Italia essa è arrivata ad essere una crisi di sistema. Infatti il popolo italiano ha smesso di credere in tutti gli idola precedenti. Da tempo non era più cristiano – se mai lo è stato, al di là delle forme – ora non crede più nemmeno nel socialismo, nel comunismo e nella stessa democrazia.
Il Movimento di Grillo corrisponde a questa delusione, a questa rabbia, a questo nichilismo senza argini. La classe dirigente ha raccontato fandonie – l’eterno progresso, l’eterna prosperità, un welfare regale – e merita di essere annichilita. Così tutto è rimesso in discussione, perfino il mondo moderno, e qualcuno ha osato vagheggiare una “decrescita felice”, senza accorgersi che soltanto la prima parte della formula, la decrescita, era possibile. Si sono messi in discussione persino i vaccini, quasi tornando ai tempi di Pasteur e Jenner. Perché neanche la scienza ha più avuto voce in capitolo. La competenza, che pareva un presidio incrollabile, è contestata. “Se i competenti ci hanno condotto qui, abbasso la competenza”. Né può indurre in errore l’insistita e ripetuta richiesta di “Onestà, onestà, onestà”. Infatti l’onestà che si invoca è, ancora e sempre, quella altrui. Molti di quelli che hanno invocato l’onestà sarebbero disposti a fingersi poveri per ottenere il reddito di cittadinanza.
Il popolo italiano improvvisamente si è liberato dai complessi che gli avevano imposto ed ha gettato via la maschera. ”Mi dite che devo essere cristiano, che devo essere comunista, che devo sacrificarmi per il prossimo, ma io ho il coraggio di dirvi che non sono così. Sono ateo, egoista, consumista, pragmatico. Se possibile, voglio avere vantaggi senza faticare. E certo non sono disposto a condividerli con persone troppo abbronzate, che francamente disprezzo. E che comunque disturbano me, nel mio quartiere. Mentre nel vostro non vengono”.
Il popolo italiano è arrabbiato e si sente finalmente libero di protestare contro tutto e tutti. Con l’entusiasmo dell’omosessuale che fa coming out, finalmente si riconosce per quello che è. Rigetta disinvoltamente tutte le autorità, tutti gli occhiacci, tutte le condanne e tutti gli sdegni nazionali e internazionali. È un momento di follia, ma anche di liberazione. La contestazione di un superio imposto dall’esterno in favore di un realistico io. Purtroppo però questo non aiuta gli italiani e non li aiuterà, perché hanno tendenza a buttare nello scarico il bambino insieme con l’acqua sporca.
Appendice politica attuale.
Un amico, l’ingegner Nicola De Veredicis, mi ha chiesto: “E allora come mai il Pd, in questo contesto che sembra contraddire tutto ciò che la sinistra ha predicato per decenni, ha ancora il coraggio di dichiararsi contro l’immigrazione, tanto sgradita al popolo? È ovvio che questo rischia di fargli perdere dei voti, piuttosto che acquistarne”. Giusto. Ma forse i dirigenti del Pd sono convinti che il loro elettorato non sia sparito. Lo credono confuso, arrabbiato, perfino momentaneamente accasato in altri partiti, ma ancora da recuperare. Cosa che potrebbe avvenire quando il popolo si accorgerà che l’Italia ha imboccato una strada sbagliata. E poiché la sinistra non riesce a concepire una società migliore di quella socialista, raccoglie da terra una vecchia bandiera umanitaria e la sventola, nella speranza che susciti antiche nostalgie.
Le previsioni non sono molto fauste. Tutto dipende da quanto quei dirigenti abbiano visto bene. Se l’elettorato di sinistra ancora esiste e se è ancora capace di prendere sul serio i vecchi ideali, il Pd potrebbe star seminando oggi per mietere domani. Se invece la crisi si risolverà riconoscendo che bisogna adottare un nuovo modello economico-sociale, saranno vincenti coloro che questo modello avranno identificato per primi, facendosene gli alfieri. Ma oggi costoro non si vedono, nemmeno all’orizzonte.
Forse il momento topico, la grande svolta, si avrà dopo il grande lavacro di una crisi spietata. Dopo anni di sofferenze. Forse, spinti dalla necessità, invece di tornare al passato e ai suoi miti, riusciremo ad imboccare la via del futuro. Una cosa è certa: non sarà gratis. Il biglietto per questo viaggio potrebbe essere fra i più alti mai pagati. .
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
17 aprile 2019

UNA POSSIBILE INTERPRETAZIONE DEL PRESENTEultima modifica: 2019-04-18T07:15:52+02:00da gianni.pardo
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2 pensieri su “UNA POSSIBILE INTERPRETAZIONE DEL PRESENTE

  1. ” L’aumento dell’Iva e delle accise 2020-2021 è “confermato” e fa parte dello “scenario” del Def, “in attesa di definire misure alternative“. Sono le parole del ministro dell’Economia Giovanni Tria in audizione davanti alle commissioni Bilancio di Camera e Senato sul Documento di economia e finanza. ”
    Il ” Fatto Quotidiano ” giornale fiancheggiatore dei 5S al riguardo scrive :
    “Dai documenti che sono la cornice della prossima manovra emerge un Pil stagnante. Debolissima la spinta dei decreti Crescita e Sblocca cantieri: solo +0,1%, contro il +0,2% che arriva dal reddito di cittadinanza. Pareggio di bilancio rinviato al 2023. Gli aumenti Iva sono dati per fatti in attesa che si trovino coperture alternative, anche se i vicepremier intendono bloccarli. La flat tax è citata come obiettivo “per i prossimi anni”.
    https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/04/09/def-la-bozza-crescita-rivista-al-ribasso-da-1-a-02-il-deficit-pil-risale-al-24-e-il-debito-arriva-al-1327/5097867/

    Il Def è stato approvato dal Consiglio dei ministri é prevede che in mancanza di coperture alternative ( quanta ipocrisia ) ci sarà l’aumento dell’iva e delle accise ( quelle che Salvini doveva ridurre al primo consiglio dei ministri ). Tria non si è inventato nulla, ha ricordato quanto previsto dal Def che i due ” omissis ” hanno approvato, in totale malafede, in Consiglio dei ministri.

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