VECCHI E GIOVANI, OGGI E DOMANI

C’è stato un momento della mia vita in cui ho aspettato che una vecchia signora morisse. Non l’odiavo affatto, ché anzi non l’avevo mai vista, ma una certa situazione giuridico-economica si sarebbe sbloccata soltanto con la sua morte. Del resto, fare il calcolo di ciò che sarebbe conseguito a quella fine non era impresa né malevola né peregrina: la povera donna aveva novant’anni ed era paralizzata a letto. Non era certo indelicato pensare alla sua morte.
Ma la signora compì novantuno anni. Novantadue. Novantatré, ed era sempre lì. Costava alla famiglia un bel po’ di denaro, perché aveva bisogno di due badanti, ma compì anche i novantacinque anni. I novantasei. Insomma cominciai a convincermi che fosse immortale. Per farla breve, prima di morire compì cento anni. Racconto questa storia perché è indicativa di come reagiamo emotivamente ai fatti della vita. Se un episodio assolutamente sicuro comincia a tardare troppo, sotto sotto si insinua il sospetto che forse non si verificherà mai. O comunque si verificherà troppo tardi per avere effetto sul quadro che noi avevamo previsto.
A queste considerazioni ho pensato, nel momento in cui leggevo che Matteo Salvini propone la flat tax per le famiglie con meno di cinquantamila euro di reddito annuo. Questa somma corrisponde a più di quattromila euro lordi al mese e dunque la quasi totalità delle famiglie, disponendo di un reddito inferiore, dovrebbe beneficiare del nuovo provvedimento e, per rimpiazzare il mancato gettito fiscale, sarebbe necessaria una somma spropositata. Una somma di denaro, che lo Stato italiano assolutamente non ha. e non può recuperare, né tagliando le spese (mai nessuno c’è riuscito), né recuperando somme mirabolanti dalla lotta all’evasione fiscale (mai nessuno c’è riuscito), né aumentando le tasse (in questo sono riusciti tutti, ma è inutile frustare un cavallo morto).
Insomma, assolutamente non ci sono i soldi per una simile operazione. Al contrario, probabilmente, saremo obbligati dall’Europa ad operare una manovra correttiva, per la quale non si sa dove andare a grattare il fondo del barile. Non che parlare di ulteriori regalie e spese, dovremmo ricordarci che in agguato, in fondo alla strada, ci aspetta il crollo economico del Paese.
Questo crollo, per come la vedo io, è come la morte della vecchia signora. Se ci sono tutti i presupposti perché un evento si compia; se – per così dire – è del tutto inevitabile, c’è poco da discutere: bisogna rassegnarsi al fatto che avverrà. Certo, se poi passano gli anni e l’evento non si verifica, molti cominciano a pensare, comprensibilmente, che non si verificherà mai. Che colui che ne parla è semplicemente uno iettatore. Forse non vale la pena di occuparsene, forse basta comprare un corno rosso. Addirittura si possono promettere al popolo sussidi in modo da campare senza far nulla, si possono offrire posti di lavoro in un Paese con milioni di disoccupati, si possono abbassare le tasse mentre lo Stato già paga sessanta miliardi l’anno su un debito pubblico che corrisponde al 133% del prodotto interno lordo. Cioè tutta la ricchezza che l’Italia crea in un anno e quattro mesi di attività produttiva.
E allora uno si stanca. Se ragionare e far di conto è attività da empi, ed anzi, come direbbero al piano terra, da iettatori, allora va bene, siamo d’accordo: tutto va bene. Se l’Europa ci bastona e ci richiede provvedimenti amarissimi, se le Borse ci strangolano, se le agenzie di rating ci declassano, che importa? Noi – imperterriti seguaci di Mussolini – tireremo diritto. O “diritti”, come dicono quelli che escono dalle scuole attuali.
E così noi vecchi diciamo ai giovani che hanno ragione. Siamo dei gufi del malaugurio. Non ci rimane che toglierci di torno, anche per evitargli il costo di tenerci ancora in vita. Ma loro ci rimproverano di essere ancora vivi, non ci rimproverano la cosa peggiore che abbiamo fatta: avere dato all’Italia la mentalità che è ancora la loro. Una mentalità contro la quale non si ribellano affatto. Perché anche a loro sembra giusta. Sicché, in fin dei conti, noi ne avremo beneficiato, loro ne pagheranno il conto, ma se lo meritano, perché non sono migliori di noi.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
20 marzo 2019

VECCHI E GIOVANI, OGGI E DOMANIultima modifica: 2019-03-20T10:00:40+01:00da gianni.pardo
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4 pensieri su “VECCHI E GIOVANI, OGGI E DOMANI

  1. A parte che una flat tax riservata a chi ha meno di un certo reddito e alle “famiglie” e’ l’estremo opposto della flat tax che per definizione deve essere semplice, senza eccezioni e ad aliquota uguale per tutti, mi pare che anche in questa occasione si parli di praticarla in cambio dell’eliminazione di tutte le esenzioni, deduzioni e detrazioni. In sostanza l’unico aspetto in cui somiglierebbe davvero ad una flat tax va a discapito del contribuente. Data l’enorme giungla normativa in questo campo (si pensi all’incentivazione che negli ultimi decenni e’ stata usata moltissimo per spingere il consumo di certi beni e servizi, e dar lavoro, potere e prebende a milioni di burocrati e tentare di combattere il “sommerso”), un sacco di gente pagherebbe piu’ tasse di quante ne paga ora, per cui probabilmente si dovrebbe porre una “clausola di salvaguardia” del regime fiscale piu’ conveniente come se non erro vale gia’ per l’incasinatissimo regime fiscale “a cedolare secca” sugli immobili di quell’altro nefastissimo azzeccagarbugli che e’ stato Tremonti. L’aggiunta di casino al casino sarebbe immane.
    Siamo a mezza strada fra la presa in giro e la truffa, con serissimi dubbi di costituzionalita’ visto l’immancabile e smaccato carattere di favoritismo clientelare verso alcune categorie di contribuenti a scapito di altri. Altro che flat tax.

    Sinceramente al solo sentir parlare ancora di queste cose a me viene la nausea, e la voglia di dismettere la gia’ residuale propensione a fare e pagare alcunche’, soprattutto perche’ e’ chiarissimo come andra’ a finire. E sono sempre piu’ convinto che tutte queste chiacchere che facciamo, a discutere del nulla, legittimato e nobilitato come esercizio di stile solo per il modo in cui lo si fa, siano la causa del nostro malanno. Dovremmo maoisticamente prendere non “uno per educarne cento”, ma tutti i “dottor sottile” della legge e della burocrazia e mandarli a sostituire i trattori per la lavorazione della terra, sarebbero piu’ che sufficienti: il maggiore vantaggio che se ne ricaverebbe non starebbe nella diminuzione delle emissioni di CO2.

    La tanto celebrata societa’ dei servizi sta mostrandoci il suo lato oscuro, l’esplosione della burocrazia, cui gli stessi che credono di opporglisi, nel farlo l’alimentano ancora di piu’ implicitamente e inconsapevolmente. Mentre coloro che ne fanno parte esplicitamente si sfregano sempre di piu’ le mani, grassi e soddisfatti.

    A rompersi il capo sul nodo di gordio, lo si attorciglia sempre di piu’.

  2. Prof. centrato problema,sò peggio e nuje,stessa mentalità che aveva ragion d’essere e funzionamento in tempi di vacche grasse, adesso no.Le faccio una domanda: ma il lavoro in Italia c’è?. Se si assumono tanti navigatori, i quali a loro volta hanno la possibilità di offrirti tre opportunità di lavoro per non farti prendere il RdC allora simme nuje sfaticati.Continuo a capirci poco o nulla.Saluti Prof.

  3. Ma sì, la disoccupazione è una leggenda messa in giro da chi non vuole lavorare. Una leggenda come i marziani e il mostro di Loch Ness. E infatti gli immigranti vanno a lavorare per un paio di euro al giorno, spezzandosi la schiena dall’alba al tramonto, nei campi, perché non hanno voluto accettare posti da operai a 1.200 euro al mese, più tredicesima, ferie e cassa malattie. Sono proprio stupidi, quegli immigranti.

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