2,4% PER TRE ANNI


Così finalmente succede qualcosa. Il Documento di Economia e Finanza ieri varato sancisce che la legge di stabilità sarà in deficit non per un importo pari all’1,6% del prodotto interno lordo, ma del 2,4%, per tre anni, in modo che Cinque Stelle e Lega possano avviare le riforme promesse. Dal momento che ogni decimo di punto corrisponde a un miliardo e ottocento milioni di euro, quando si parlava di uno sforamento dell’1,6%, il deficit era di quasi ventinove miliardi. Con il 2,4%, lo sforamento supera i quarantatré.
Come è noto, da mesi i competenti, e quasi tutti i giornali, avvertono che siamo in pericolo. Che andare così ampiamente oltre il limite massimo indicato dal ministro Tria (il famoso limite di 1,6%) è pericoloso. Ma Salvini e Di Maio non hanno tenuto conto degli avvertimenti. Il secondo pare sia stato spinto dal timore che gli sfilassero il partito da sotto il sedere. Comunque ambedue hanno tirato diritto (per citare Mussolini) nella direzione della demagogia. Cioè verso la possibilità di dire agli elettori: “Vedete, non teniamo conto dell’establishment e manteniamo le promesse. Ringraziateci”.
Il problema è appunto quello di sapere se gli italiani avranno o no il dovere di ringraziarli. Perché tutto dipenderà dagli effetti. Fino ad oggi, si è molto parlato, e perfino molto gridato dando l’impressione di una grande perdita di tempo. Ma, se l’Italia è malata e il problema è, per così dire, medico, è inevitabile attendere la riprova del decorso della malattia. Se l’Italia guarisse, le misure adottate dall’attuale governo si riveleranno opportune e le critiche infondate. Se invece si dovessero verificare i gravi problemi previsti dall’opposizione, ed anche da una miriade di competenti, sarebbe chiaro che gli allarmi erano fondati e le misure adottate scellerate.
Al riguardo c’è da dire che l’idea di operare in deficit, facendo aumentare invece che diminuire il debito pubblico, è discutibile. I dieci miliardi circa del famoso “reddito di cittadinanza” non sono una misura atta a rilanciare l’economia. L’economia va bene quando il Paese produce ricchezza, non quando la consuma soltanto. Se si diminuiscono tasse e imposte a chi produce ricchezza, si ha una speranza che queste persone producano più ricchezza. Se invece gli si rende difficile lavorare e produrre (per esempio con un’eccessiva pressione fiscale) li si riduce alla disoccupazione, per poi magari elargirgli il reddito di cittadinanza. E così si trasforma un cittadino da produttore di ricchezza in semplice consumatore della ricchezza creata da altri cittadini, e loro sottratta con la fiscalità. Insomma, il famoso “reddito di cittadinanza” spende il denaro che non abbiamo non in investimenti produttivi ma in consumi. E, a parere di quasi tutti gli economisti, questo è un modo di sperperare ricchezza e deprimere l’economia, non di aiutare l’Italia.
Comunque, questa congiuntura un vantaggio lo offre: finalmente avremo un momento in cui non parleranno le persone, che potrebbero sempre avere atteggiamenti di parte, ma i fatti. E i fatti – come il vento, la pioggia e le malattie – non hanno pregiudizi. Seguono inesorabilmente un loro autonomo corso.
Su questo bisogna essere molto chiari. I partiti politici, i parlamentari, i giornalisti ed anche gli intellettuali, hanno le loro idee. Ad esse tengono talmente che anche quando i risultati sono negativi, tendono a trovare delle giustificazioni perfino assurde, pur di non rinnegare l’ideologia. Nel campo delle libertà e in quello economico, il comunismo falliva dappertutto, eppure i comunisti di tutto il mondo trovavano modo di dire che la colpa era di tutti, salvo che del partito dominante e della sua teoria. E tuttavia ciò non vale quando si tratta di mettere mano al portafogli. L’idealista disposto a scendere in piazza per difendere i piccoli commerci contro l’invadenza e la concorrenza sleale dei supermercati, nel momento in cui dovrà comprare qualcosa, si informerà dove costa di meno e lì andrà. Il denaro fa completamente dimenticare le ideologie.
La controparte dei due partiti al governo, e dei loro progetti economici, non è – come essi pensano – il ministro Tria o i burocrati di Bruxelles. Sono quei detentori di denaro che desiderano investirlo in modo da essere ragionevolmente sicuri di ricuperare il capitale e di lucrare i migliori interessi possibili. E ovviamente questi interessi saranno proporzionali alla probabilità del ricupero della somma investita. Se si è certi che alla fine il denaro tornerà alla base, come avviene investendo in Germania o in Svizzera, si accetterà anche un basso interesse. Se invece chi si indebita è a rischio di fallimento, gli interessi richiesti saranno tanto più alti quanto più alto sarà percepito quel rischio. È questo che si segnala quando si dice che “lo spread è salito”. Significa che, mentre il “rischio Germania” rimane basso e invariato, il “rischio Italia” è aumentato e, per prestarci soldi, i risparmiatori, gli investitori, i fondi pensione italiani ed internazionali, richiedono un maggiore interesse. E infatti lo spread – già stamattina, ventotto settembre, alle dieci, a poche ore dall’annuncio del 2,4% per tre anni, è salito a 260 punti base, dai 230/240 di ieri, se non ricordo male. E a mezzogiorno già tocca i 270 punti.
Naturalmente, se uno non sa (o fa finta di non sapere) che cos’è questo spread, può anche dire che di esso non gli importa nulla. “Se significa che si impoveriscono coloro che detengono capitali, peggio per loro. Magari si sono arricchiti con la corruzione e a spese dei poveri”. Belle parole. Ma a parte il fatto che il massimo danno che possono farci i “ricchi” è, appunto, quello di non comprare i titoli di Stati italiani (facendoci fallire), con l’aumento dello spread aumentano i miliardi da pagare a titolo di interessi sul debito pubblico. Basti dire che, sulla base di parecchie dichiarazioni azzardate degli attuali governanti – si badi, dichiarazioni, niente di concreto – lo spread è salito dai 130 punti circa di aprile ai circa 250 punti (più o meno l’1,20% di interessi in più, se non ho capito male). Senza contare i recentissimi aumenti, tutto ciò fino a ieri corrispondeva a dire che l’anno venturo pagheremo – noi tutti, anche i poveri – da quattro a sei miliardi in più a titolo di interessi sul debito. Interessi che già viaggiavano sui settanta miliardi l’anno. Se i nostri governanti si disinteressano dello spread, lo spread si interessa comunque di noi. Dolorosamente.
E qui sorge una domanda: chi misura il “rischio Italia”? Chi dice agli investitori, e soprattutto agli investitori internazionali, se comprare titoli italiani è rischioso o no, e in quale misura è rischioso? Una simile valutazione deve tenere conto di tanti fattori, che un singolo non potrebbe mai effettuarla. E proprio per questo esistono istituti privati che (a pagamento) studiano questi fenomeni e alla fine valutano rischi e convenienze. Queste valutazioni in inglese si chiamano “ratings”, e le agenzie che le effettuano si chiamano Standard and Poor’s, Moody’s, Fitch, e via dicendo. Se alla prossima valutazione (in ottobre) una o tutte loro dovessero dire che i nostri titoli sono molto a rischio, o peggio che sono “titoli spazzatura” (junk bonds), questo addirittura “vieterebbe” a grandi investitori internazionali, come i fondi pensione americani, di comprarli. E questo, con un effetto domino, potrebbe portare addirittura al fallimento dell’Italia.
Va sottolineato che le agenzie di rating non sono né benevole né malevole. La merce che vendono è la verità sulle condizioni economiche dei vari Paesi. Ovviamente ciò che dicono non è vangelo, anch’esse possono sbagliare, ma se sbagliassero spesso perderebbero i clienti, mentre ne acquisterebbero se si rivelassero affidabili. Ecco perché sono da prendere sul serio: il loro preciso interesse è quello di fare previsioni quanto più è possibile fondate e accurate.
Questo punto è stato sovranamente ignorato dagli attuali, spensierati governanti, in particolare quelli targati Cinque Stelle. Quando si parla di aumentare il deficit, si parla di spendere denaro ottenuto contraendo maggiori debiti. Ma nessuno può contrarre un debito se chi dovrebbe concederlo non si fida. Basta andare da nullatenenti disoccupati in banca, e chiedere un prestito, per sentirselo spiegare. Dunque, con quel “coraggioso” 2,4% per tre anni, i rischi sono due: che gli interessi sul debito salgano molto e che i mercati non comprino i nostri titoli. Con le conseguenze del caso.
La preoccupazione dei competenti e del Quirinale spiega comunque un fatto che abbiamo sotto gli occhi. Come mai il ministro Tria, dopo le impegnative dichiarazioni dei giorni scorsi, malgrado la cocente sconfitta, non si è dimesso? La risposta è semplice. Le persone responsabili, e in primo luogo il Presidente Mattarella, a quanto dicono i giornali, hanno pensato che se, per legittimo orgoglio e legittima dignità, il ministro Tria si fosse dimesso, forse quella crisi di Borsa l’avremmo innescata già oggi. E allora, “per amor di Patria”, come ha detto lui stesso, Tria è ancora lì.
Grida vendetta dinanzi all’Altissimo la dichiarazione di non so più quale esponente leghista (Salvini?) secondo il quale le eventuali dimissioni di Tria non sarebbero state un problema. Andato un ministro dell’economia se ne fa un altro. Vero. Ma a quale prezzo? E se stamani lo spread fosse salito a 500 punti, a causa di quelle dimissioni, che avrebbe fatto, il nuovo ministro? Avrebbe costretto con la pistola gli investitori a comprare i nostri titoli anche con un interesse più basso?
Per parte mia sono contento che abbiano scelto il 2,4% e non l’1,9 o al massimo il 2, come si diceva. Perché fino all’1,9% c’era la possibilità che mercati ed Europa assorbissero la botta senza fiatare. Con questa cifra è difficile che le ripercussioni non siano drammatiche. Il governo ha sfidato l’Europa e i mercati, e rimane da vedere chi vincerà. Anche se io credo di ricordare che contro i mercati non abbia mai vinto nessuno. E con loro, prima o poi, tutti i nodi vengono al pettine.
Gianni Pardo

2,4% PER TRE ANNIultima modifica: 2018-09-28T13:17:02+02:00da gianni.pardo
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4 pensieri su “2,4% PER TRE ANNI

  1. Articolo disfattista, tecnocratico e soprattutto anti-patriottico: se qlcs. andrà storto, sarà tutta colpa di un mega-complotto demo-pluto-giudeo-massonico teleguidato dai Rettiliani che con l’aiuto dei Cavalieri templari governano l’U.E. e il mondo intero attraverso i cunicoli spazio-temporali, i microchip sottopelle e le scie chimiche…
    (Presumo sia del tutto superfluo sottolineare il tono amaramente ironico del Commento)

  2. Su una cosa, però, tutti, anche i più critici, si sono sbagliati: nel sopravvalutare il numero e la funzionalità dei neuroni degli attuali governanti. Si diceva che erano degli incompetenti, dei cretini e via dicendo: non ci si rendeva conto che così si peccava di gentilezza e di politically correctness. Questo ci ha dimostrato quanto successo ieri sera.
    Per non parlare del fatto che, magari consci dei pericoli perché qualcuno si è premurato di spiegarglieli (riuscendo persino a farglieli comprendere), ritengono che il default dell’Italia sia un problema secondario rispetto alle elezioni della prossima primavera o rispetto alla fronda interna che ti sfila il partito. Come si può definire questo “dolo eventuale”, come direbbero i magistrati?

  3. “Al riguardo c’è da dire che l’idea di operare in deficit, facendo aumentare invece che diminuire il debito pubblico, è discutibile”

    La manovra in realta’ non dovrebbe essere in deficit rispetto al pil: se il pil dovesse aumentare dell’1.2 e l’inflazione nominale essestarsi all’1.2 come previsto, il 2.4 di deficit manterrebbe il rapporto debito/pil costante, che e’ quello che conta. La scommessa del governo e’ di produrre crescita in piu’, grazie a questa manovra, tale da diminuire il rapporto debito/pil. Vedremo… io vedo solo una classicissima per l’italia manovra elettoralistico-clientelare (esattamente come gli 80 e i 500 euri di Renzi, l’imu prima casa di berlusca, e le decontribuzioni a tempo) tesa a comprare il consenso di una parte dell’elettorato (partite iva per la lega, nullafacenti per il sud, a spese delle altre categorie e dei contribuenti del futuro) al fine di rivincere le prossime elezioni.
    Ormai questo e’ il modo in cui arrivano al potere quasi tutti i governi delle democrazie occidentali, chi non fa cosi’, e’ inutile che si presenti alle elezioni.
    In attesa del prossimo governo “Ciampi-Amato-Monti” (i quali sacrifici a questo punto, fra Renzi e questi di adesso, sono stati completamente vanificati: si torna sempre alla casella di partenza, nel gioco dell’oca italico, ogni speranza di riscatto e’ vana).

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